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La rete dell’Ictus: poche ore per salvare una vita

By A. Genitori
May 04, 2018

Intervista a Luca Valvassori – Vice Presidente SNO – sulla rete dell’Ictus. Patologia che oggi è la terza causa di decessi nei paesi occidentali e che potrebbe essere curata se inserita in un contesto di tempestivo monitoraggio e cura. Esistono però ancora ampie sproporzioni lungo il territorio italiano.

Quando si parta di ictus si intende qualsiasi accidente della vascolarizzazione cerebrale. In pratica si tratta di una patologia che ha due diverse facce: l'ictus ischemico, quando una arteria del cervello si chiude e la mancanza di flusso sanguigno e provoca dei sintomi legati all'arresto delle funzioni proprie di quella parte di cervello; l'ictus emorragico, legato invece ad una fuoruscita di sangue dai vasi, con conseguente emorragia o ematoma, a seconda dei quadri e delle cause sottostanti. L'ictus è nell'80% dei casi ischemico ed è su questo che ci vogliamo soffermare con il Prof. Luca Valdassori, Neuroradiologo e Vice-Presidente della Società dei Neurochirurghi, Neurologi e Neuroradiologi ospedalieri, soprattutto in relazione ai notevoli progressi che sono stati fatti negli ultimi anni per il trattamento della sua fase acuta. Temi che sono al centro del Congresso Nazionale SNO, in svolgimento in questi giorni a Riccione.

- Quale oggi la mortalità e la morbilità dell'ictus.
Ci sono circa 200.000 nuovi casi di ictus in Italia, di cui circa il 20% è costituito da recidive. È la terza causa di morte nei paesi occidentali, essendo responsabile del 10-12% di tutti decessi per anno. Nel 15% dei pazienti esita una disabilità grave e nel 40% una disabilità lieve. Un terzo dei pazienti soffre di una riduzione della proprio autonomia.

- Quale è teoricamente il miglior percorso clinico assistenziale per un paziente affetto da ictus.
Il problema dell'ictus nella fase acuta è che il tempo per agire è molto breve, prima che si instaurino dei danni definitivi e irreversibili. Negli ultimi anni sono state sviluppate metodiche molto efficaci nelle prime ore, quindi gran parte del dibattito odierno verte appunto su come riuscire a far arrivare i malati in centri attrezzati in maniera tempestiva.
Molti fattori entrano infatti in gioco per questa finalità: esiste un piano organizzativo, un piano culturale (della popolazione medica e non), un piano relativo alla politica sanitaria. Solo mettendo insieme tutti i fattori, e lavorando su quelli, potremo ottenere ciò che molti altri paesi europei hanno già ottenuto, ovvero una rete ictus efficiente. Che vuol dire poter guarire le persone dall'ictus o poter avere esiti molto meno gravi, quindi persone ancora autonome, con un risparmio economico straordinario per il paese. Un malato con esiti di ictus ha infatti un costo altissimo per la comunità. I costi collettivi dell’ictus sono valutati in 3,7 miliardi di euro, ovvero il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale: un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta, gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono, poi, i costi che devono sostenere le famiglie, anche questo molto alti.

- Può spiegare che cosa si intende per rete dell'ictus e lo stato attuale di tale rete sul territorio italiano.
Ci sono fondamentalmente due livelli su cui bisogna agire. Potenziare il numero e l'efficienza delle cosiddette Stroke Unit, reparti specializzati nella cura dell'ictus, e garantire al maggior numero possibile di pazienti i due trattamenti sicuramente efficaci nelle prime ore: ovvero, il trattamento fibrinolitico per via venosa (un farmaco che ha lo scopo di "sciogliere" il trombo e restaurare il flusso cerebrale) e il trattamento di trombectomia meccanica, che sempre di più rappresenta la nuova frontiera del trattamento dell'ictus. In pratica, laddove il trattamento per via venosa non funziona (circa il 40% dei casi) o dove non può essere effettuato per presenza di particolari controindicazioni (5-10%) il paziente viene portato in una sorta di sala operatoria dove con particolari strumenti, navigando all'interno delle arterie, si raggiunge il trombo e lo si "estrae" dal vaso, riportando la circolazione alla normalità.
Naturalmente questo intervento viene effettuato solo in centri specializzati, per cui lo sforzo dei prossimi anni sarà mirato ad avere una rete di trasporti efficiente e rapida ed una comunicazione altrettanto valida tra gli specialisti di tutti gli ospedali del territorio. Il guadagno di salute ed economico è talmente elevato, che non si capisce come mai esistano tuttora così tante difficoltà e resistenze organizzative. Esiste poi, come in molti altri campi, una sproporzione nella distribuzione territoriale delle risorse, tra Nord e Sud in primis, ed anche una diversità dei sistemi sanitari nelle diverse regioni.

- A livello socio politico come si può intervenire, quale può essere la giusta prevenzione o il giusto percorso.
Direi che campagne di sensibilizzazione andrebbero periodicamente effettuate. Ma soprattutto ci vorrebbe una volontà da parte delle istituzioni di risolvere il problema ictus nelle sue diverse componenti (ospedali, stroke unit, trasporti, corsi di aggiornamento e di training, piani territoriali ecc). Non è per nulla difficile o costoso realizzarlo, ma al momento manca proprio l'intenzione e, dal nostro punto di vista, mancano gli interlocutori istituzionali che si facciano carico di risolvere i problemi. Molto spesso è tutto lasciato alle iniziative dei singoli centri: ma questo oggi non è più possibile. L'evidenza scientifica ci impone di trattare i pazienti con ictus nel modo migliore possibile e secondo criteri ormai codificati e validati in tutto il mondo.

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